Argomento del tutto spinoso e sicuramente indigesto ai più sono le baby pensioni. Introdotte nel 1973 dall’allora Governo democristiano capeggiato da Rumor, sono rimaste in vigore per circa 20 anni. Cerchiamo di capire in cosa consistono le baby pensioni delineando dapprima un quadro generale dei costi del sistema pensionistico italiano.
Nel rapporto pubblicato dal MEF nel luglio 2020, viene dichiarato che la spesa pensionistica in Italia è pari al 17% del PIL. L’ultimo report Istat, riporta come, in soldoni, la spesa pensionistica sostenuta nel 2018 sia pari a 293 miliardi di euro. L’Istat, inoltre, segnala che nel 2018 i pensionati sono circa 16 milioni. Un ammontare di spesa pari a 265 miliardi di euro (il 91% del totale) è impiegato per le pensioni IVS, ossia per le pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti. La restante parte di spesa è destinata alle pensioni assistenziali come quelle di invalidità civile, pensione sociale e pensione di guerra.
Appare chiaro che il picco raggiunto dalla spesa pensionistica nel 2020 è dovuto fondamentalmente a due fattori: la forte contrazione dei livelli del PIL dovuti all’impatto dell’emergenza sanitaria che ormai ci tiene nella morsa da febbraio, e da Quota 100, il sistema pensionistico che permette di andare in pensione con almeno 38 anni di anzianità contributiva e un’età anagrafica non inferiore a 62 anni. Inoltre, sempre secondo il rapporto pubblicato dal MEF la spesa pensionistica si attesterà intorno al 16% del PIL fino a 2050 per poi diminuire al 13% nel 2070 a seguito dell’esaurirsi delle pensioni dei baby boomers.
Gli anni 70-80, gli anni della crescita del benessere in Italia, dell’espansione economica e… di un sistema di regalie in denaro. Una classe politica che pensava unicamente ad accaparrarsi e a tenersi stretti i voti degli italiani. Non uno sguardo di lungo termine nel prevedere cosa avrebbe comportato nel futuro un sistema pensionistico basato su un numero di anni contributivi a dir poco ridicolo. Sono state abolite nel 1995 ad opera del governo Dini per evitare una possibile bancarotta, e in loro sostituzione sono arrivate le pensioni di anzianità.
I dipendenti pubblici potevano andare in pensione dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno a 35-40 anni. Per i lavoratori degli enti locali, la pensione scattava dopo i 25 anni, consentendo così di potersi ritirare dal mondo lavorativo con 20-25 anni di contributi (compresi di riscatto della laurea, maternità e servizio militare). Ancora, sempre nel comparto pubblico, le lavoratrici pubbliche sposate o con figli, potevano andare in pensione dopo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio utile, compresi ovviamente, i riscatti di maternità e laurea. Un vero e proprio schiaffo a chi oggi è costretto ad andare in pensione a 67 anni.
Nello studio pubblicato dalla CGIA di Mestre, si stima che le persone che abbiano lasciato il lavoro prima della fine del 1980 siano circa 562 mila. Di queste circa 386 mila sono costituite da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende. Ancora, abbiamo poi una platea di 104 mila ex lavoratori autonomi che hanno usufruito delle baby pensioni e poco meno di 60 mila ex dipendenti pubblici.
La CGIA sottolinea che sono stati i lavoratori pubblici i più giovani ad andare in pensione: con una media di 41,9 anni, mentre sul lato del lavoro privato l’età media della decorrenza della pensione è scattata a 42,7 anni. Stiamo parlando di persone che hanno passato in pensione il doppio se non il triplo del tempo che hanno trascorso al lavoro. Ad ogni modo, sia nel comparto pubblico, che nel comparto privato si è andati in pensione con 20 anni in meno rispetto ai giorni odierni. Chi è andato in pensione prima del 1980, ha un’età media di 87,6 anni.
Chi subirà maggiormente gli effetti negativi di questa politica previdenziale scellerata? Manco a dirlo, i giovani. Significative sono state le parole del segretario della CGIA Renato Mason:
La bassa età anagrafica del pensionamento e la quantità di contributi versati devono essere letti insieme all’importo degli assegni spettante ai baby pensionati. Difatti, essi ricevono una pensione che nemmeno lontanamente è commisurata all’ammontare dei contributi versati. Solo un terzo dei versamenti nelle casse previdenziali poteva giustificare l’importo della pensione liquidato con 20 anni di lavoro in relazione alle aspettative di vita. Nessuno si sorprenda quindi, se l’Italia è il paese europeo in cima alla spesa riservata al sistema pensionistico, andando a sacrificare altri settori come quello dell’istruzione e affondando ancora una volta i giovani. Infatti, l’Italia spende appena il 4% del PIL per l’istruzione.