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Amazon si dà al lifting: al via lo split azionario

Jeff Bezos, fondatore del colosso dell'ecommerce Amazon, ha deciso di puntare al Dow Jones Industrial Average e lo fa con lo stock split delle azioni. Prima era stata la volta di Apple.

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Il lifting, si sa, dopo una certa età fa gola a tutti. Un ritocchino qui, un ritocchino lì e tac, è fatta.  Amazon non è stato da meno. Jeff Bezos, fondatore del colosso dell’e-commerce, ha annunciato ben 2 operazioni. La prima riguarda quella di stock-split ossia lo split azionario 20 a 1 e la seconda riguarda l’approvazione da parte del Consiglio di Amministrazione di un buyback fino a 10 miliardi di dollari. Lo stock split diventerà operativo dal prossimo 3 giugno. Ovviamente, dopo questo annuncio, Wall Street è volata alle stelle con il +7%. Per Amazon questo però non è il primo split bensì il quarto o meglio è il quarto split azionario dall’Ipo lanciata nel 1997 ma è il primo se prendiamo come punto di riferimento temporale la bolla dot-com del 1999. Ma perché si prende in considerazione la possibilità di suddividere un’azione in tante piccole sub azioni? È davvero così vantaggioso?

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Amazon, sulla scia delle altre Big Tech

Il colosso fondato da Jeff Bezos non è il primo e non sarà l’ultimo a decidere di splittare le azioni. È già successo alla Apple, a Tesla ed anche ad Alphabet, la holding a cui fa capo la Google. Ma non tutte le grandi big del mercato valutano in modo positivo la possibilità di divisione delle azioni, seppur valutata sempre in modo positivo dal mercato stesso. Facciamo un esempio.

La Berkshire Hathaway

La Berkshire Hathaway, holding statunitense più grande al mondo il cui amministratore delegato è Warren Buffet, il quarto uomo più ricco al mondo nel 2020 secondo Forbes, è per il no split. Il rifiuto a lanciare una tale operazione è dovuto alla volontà di puntare sulla qualità dell’azione e non sulla quantità. Fare uno split andrebbe contro la sua filosofia di investimento buy-and-hold di base. Se una azione viene splittata, il valore sarà eroso. Bisogna dire anche che l’azione di Berkshire Hathaway è una classe A e questo la rende praticamente inavvicinabile per gli investitori comuni mortali. Non tutti possono permettersi un’azione il cui valore è pari a circa 488.452 dollari! È però interessante notare che Buffet ha anche creato azioni di classe B che rispetto a quelle di classe A hanno il potenziale per dividersi, 50 a 1. Queste vendono per una frazione del prezzo delle azioni che appartengono alla classe A. Lo scopo di ciò è quello di consentire anche agli investitori al dettaglio di acquistare direttamente le azioni di Berkshire Hathaway. Ma torniamo ad Amazon.

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Amazon, l’impatto dello split sui guadagni

Negli ultimi cinque anni, il valore di mercato del colosso, è balzato di oltre il 200% salendo a quota quasi 1,4 trilioni di dollari. Ma causa Covid19, le quotazioni sono in calo del 18% dall’inizio del 2022. Rispetto all’ultimo split del 1999, il titolo Amazon è in rialzo di ben 4.300%. L’obiettivo principale è quello di fornire maggiori incentivi ai dipendenti visto che Amazon è stato accusato di pagarli meno rispetto agli altri rivali dello stesso settore.

 Infatti, il colosso FANG, nel fare l’annuncio, spiega quanto segue:

Questa operazione di split assicurerà ai nostri dipendenti una maggiore flessibilità nel modo in cui gestiscono la loro partecipazione in Amazon e renderà anche il prezzo dell’azione più attraente per chi vuole investire nella società.

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Amazon mira al Dow Jones Industrial Average

Frazionare un’azione può rendere quella azione appetibile a più persone e questo, nel caso di Amazon, non solo potrebbe portare più investitori interessati al titolo ma anche facilitare l’aggiunta al blue chip del Dow Jones Industrial Average, che mira ad evitare tutte le società i cui prezzi per azioni sono talmente elevati poiché non sono ponderati sul valore della capitalizzazione ma sul prezzo. Facciamo un esempio. Nel 2014 la Apple ha fatto uno split 7 a 1. In questo modo il prezzo per ogni azione si è ridotto a tal punto che l’anno dopo era stata aggiunta all’indice blue chip. Essere inclusi in questo indice però non è una cosa semplice perché il Dow Jones è ponderato in base al prezzo, a differenza del Nasdaq ponderato in base alla capitalizzazione del mercato. Dunque, più il prezzo è alto, meno c’è la possibilità di entrare a farne parte. Da qui lo split. L’intervallo di prezzo all’interno del quale bisogna rientrare per poter pensare di essere ammessi in questo indice è da un minimo di 47 dollari di Intel ad un massimo di circa 485 dollari di UnitedHealth Group. Amazon adesso ci rientrerebbe. Staremo a vedere.

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