Il clima di incertezza che negli ultimi anni domina lo scenario dell’economia italiana, ha portato sempre più persone a investire i propri soldi in strumenti finanziari che, probabilmente, conoscevano poco. Questo ha creato non pochi problemi. Nel mare magnum di strumenti finanziari che i mercati offrono,  possono risultare interessanti i credit default swap (CDS).

La struttura dei CDS

Credit default swap, scommesse sul fallimento di Stati e/o società.
Image by Joe Heller

Questi, rientrano nella categoria di contratti SWAP ossia degli strumenti derivati utilizzati per lo scambio di flussi di cassa tra due parti. I CDS, in particolare, sono dei contratti attraverso cui un soggetto, B (protection seller), contro il pagamento di un premio periodico, si impegna a rimborsare il valore nominale di un credito che la controparte A vanta nei confronti di un terzo C, qualora questi non onori il suo debito. L’evento rischioso, ossia il mancato pagamento di C è definito “credit default”. (Figura 1)

FIGURA 1

La funzione principale di tale strumento è, dunque, il cosiddetto hedging: attraverso il contratto, il rischio di insolvenza di C e quindi di una potenziale perdita per il soggetto A, viene notevolmente ridotto fino ad essere annullato attraverso il rimborso del valore nominale del credito. I CDS sono strumenti finanziari non standardizzati, perciò sono negoziati nei mercati OTC (over-the-counter) sui quali si può stabilire la durata di tali contratti che, normalmente, è di 5 anni. Una particolare categoria di CDS è quella prevista per coprirsi dal rischio del fallimento di un Paese. In questo caso, i contratti prendono il nome di “sovereign CDS”. E’ piuttosto ovvio che il merito creditizio di un’azienda o di un Paese sia fondamentale per la determinazione del premio in contratto: minore sarà il merito creditizio, maggiore sarà il rischio di insolvenza e, quindi, necessariamente maggiore sarà il premio da versare al protection seller.

Critiche e perplessità

Molti grandi nomi si sono espressi su tali strumenti finanziari, sottolineando che gli svantaggi derivanti da questi siano notevolmente superiori ai vantaggi. Warren Buffet, “l’oracolo di Omaha”, considerato il più grande value investor di tutti i tempi si esprime in tali termini:

“Se i contratti derivati non vengono collateralizzati o garantiti, il loro reale valore dipende anche dal merito di credito delle controparti. Allo stesso tempo, comunque, prima che il contratto sia onorato, le controparti registrano profitti e perdite -spesso di enorme entità- nei loro bilanci senza che un singolo centesimo passi di mano. La varietà dei contratti derivati trova un limite solo nell’immaginazione dell’uomo (o talvolta, a quanto pare, del folle).”

Questo però, non sembra fermare l’espansione del mercato dei derivati creditizi: la banca dei regolamenti internazionali riporta che il valore di forward e swap su debito emesso ammonti a  3.846 miliardi di dollari ( fine giugno 2004).

Rischi e speculazione: un circolo vizioso

La rischiosità di tali derivati, come risulta evidente dalle parole di Buffet, è stata al centro di vicende piuttosto recenti che hanno interessato la crisi greca, la Deutsche Bank oltre che la crisi dei mutui subprime negli USA. Per ciò che concerne la Deutsche Bank, dobbiamo tornare indietro al 2016  quando i CDS di quest’ultima subirono una impennata nelle quotazioni, dovuta ai timori sulla sua solvibilità. Sappiamo, infatti, che la quotazione di tali derivati aumenta con l’aumentare del rischio di insolvenza del debitore.

Le conseguenze

La principale conseguenza dell’aumento delle quotazioni dei derivati della banca tedesca è stata il buyback” di titoli. Essa annunciò il riacquisto dei propri titoli per un valore che si aggirava intorno ai 5 miliardi di euro. A questo seguirono ulteriori timori sul mercato legati alla capacità della banca di riacquistare tali titoli e ripagare tutte le cedole. Tuttavia la fiducia dei mercati rispetto a tale operazione portò ad un rialzo dei titoli, fino a raggiungere un +11.39% alla chiusura, circa 15 Euro per azione.

“La Grande Scommessa”: fantasia o prossima realtà?

Quello che sicuramente si può dire sui CDS è che il rischio maggiore si affronta quando ne viene fatto un uso speculativo. Il film “La Grande Scommessa” mostra quanto successo con la crisi statunitense dei mutui subprime. Questi strumenti, insieme a CDO (Collateralized Debt Obligation) e MBS (Mortgage Backed Securities) impiegati sulla base di politiche di prestiti fraudolente, portarono alla crisi del sistema finanziario statunitense. Il ruolo delle politiche di prestiti fu decisivo dato che il vero obiettivo dei CDS è quello di proteggere il mercato dall’eventuale insolvenza del debitore.

L’uso improprio

L’uso speculativo di questi strumenti ha ha permesso di fare delle vere e proprie scommesse sul fallimento di intere società. Lo scenario che “La grande scommessa” presenta è, probabilmente, ancora più pericoloso: si parla di BTO (Bespoke Tranche Opportunities). Questi nuovi derivati, composti da un CDS e un CDO, permettono di investire su un mix di titoli o derivati, assicurando il tutto con il CDS stesso. Essi nascono con l’intento di generare portafogli con rendimenti molto alti. Si corre però il rischio che di rivivere un “nuovo 2008” e scatenare un’ulteriore crisi finanziaria mondiale.