Con il termine Protezionismo vengono indicate varie tipologie di aiuti con cui uno Stato intende supportare alcuni rami della propria produzione industriale nazionale. Questi aiuti possono essere forniti sia attraverso l’introduzione di dazi (il cui fine è di ostacolare, perfino impedire, la concorrenza dei prodotti stranieri), sia con altri strumenti di politica economica.

Il Protezionismo, si contrappone nettamente ad un’altra forma di politica economica, il Liberismo (ovvero, al “libero scambio” nel quale merci e servizi possono circolare attraverso i confini nazionali senza barriere doganali). Diversamente, l’evoluzione estremista del Protezionismo è individuabile nell’Autarchia (ovvero una posizione integralista che unisce autosufficienza giuridica (autogoverno) e autosufficienza economica (economia chiusa)).

La storia economica ci insegna che, ciclicamente, le spinte protezionistiche si alternano a quelle del liberismo (giunto, nel bene e nel male, ai punti più alti con l’avvento della globalizzazione).

Il Protezionismo, in definitiva, ha l’obiettivo di aumentare le esportazioni e di ridurre le importazioni; nel far ciò, si prefigge di “proteggere” i settori industriali emergenti, minacciati dalle importazioni, e di “stimolare” quelli più maturi, al fine di consentirne un più rapido progresso tecnologico.

Evidentemente, le politiche protezionistiche sono state via via accantonate, nel corso dei decenni, proprio in virtù dell’incoerenza sostanziale insita nella loro stessa formulazione. Perché, infatti, gli altri Paesi dovrebbero accettare di importare prodotti e servizi da un Paese che non fa lo stesso con loro? Semplificando, probabilmente anche banalizzando, il concetto, le politiche protezionistiche non possono far altro che catapultare le economie nazionali del terzo millennio (e le loro popolazioni) nelle contraddizioni e nelle lotte commerciali del millennio precedente.

Se c’è una lezione, netta, che la storia economica ci ha insegnato è che maggiori sono le limitazioni al commercio internazionale, maggiore è l’ascesa dei nazionalismi (e viceversa).

Le propensioni al Protezionismo caratterizzarono l’economia europea ed americana, eccezion fatta per brevi periodi (come, ad esempio, in seguito alla formulazione dell’economia capitalistica nel XIII secolo), fino alla vigilia della prima guerra mondiale. Successivamente, il Protezionismo dilagò nelle economie del tempo, spargendo i germi degli estremismi nazionalisti che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale.

In definitiva, se l’economia globalizzata ha le sue contraddizioni e i propri difetti, il Protezionismo è lungi dall’essere una soluzione economicamente (e socialmente) condivisibile.