Il debito pubblico

Il debito pubblico è uno dei più grandi problemi che affligge l’Italia, al terzo posto a livello mondiale con $ 2,407 miliardi 25 (Primi USA con $18,237 miliardi, seguiti dal Giappone con $ 6,340 miliardi. Dati al 2016). Ciò che interessa a noi è vedere però il rapporto di questo valore con il PIL.

Il Debito Pubblico italiano

Teniamo presente che uno dei parametri di Maastricht è quello di cercare di
mantenere questo rapporto al 60%. Ebbene questo valore non è mai sceso al di sotto
di questa soglia dal 1982. La storia vuole che l’Italia sia entrata comunque a far parte di
quella che sarebbe stata l’Unione Europea in quanto Paese fondatore, con la promessa
di fare il possibile per cercare di arginare questo alto valore. Per i primi anni questa promessa non viene mantenuta, ma dal 1994 in avanti si osserva un’inversione di
tendenza che porta il rapporto da 117,3 a 99.8 nel 2007.
Con l’introduzione del tasso di interesse europeo da parte della Banca Centrale
Europea, si è aperta una grande finestra di opportunità poiché ha
permesso all’Italia di togliere una gran parte dei pagamenti dovuti dagli alti tassi
italiani pre-BCE.

Il confronto con la Germania

Lo spread fra i Btp italiani e Bund tedeschi era pressoché azzerato. L’Italia era
considerata, almeno sul piano finanziario, un Paese sicuro.
La grande crisi del 2007-2008 ha mostrato però tutte le sue debolezze di base. Come
possiamo vedere il grafico il debito si impenna e nel grafico riferito all’andamento
dello Spread fra Btp e Bund a 10 anni, possiamo vedere l’importanza che ha avuto la
grande Crisi. La domanda che sarebbe da porsi è: come mai la Germania ha avuto un
effetto molto minore, registrando addirittura performance migliori dei livelli pre-Crisi?
Di questo parleremo in un’altro articolo.

Analisi dello Spread

Ripagare il debito

Il problema del debito pubblico per l’Italia sta in gran parte nei pagamenti dei titoli
obbligazionari, appunto l’emissione di debito pubblico presso i privati e le istituzioni.
Ad un privato conviene sottoscrivere un Btp che rende circa il 5 % e a scadenza, chi
guadagna dai Btp, solitamente li ricompra o comunque c’è un ricircolo del debito
presso i privati. Solo nell’ultima asta svoltasi il 31/05/2017 sono stati collocati Btp a 10
anni per un valore di € 18.7 miliardi, di cui solo € 2.375 di questi ai professionisti e i
restanti € 16.375 ai privati.
Nel grafico qui sotto si vede la relazione il tasso debito pubblico in termini di PIL (in
miliardi di euro) con la media annuale dei rendimenti dei Btp a 10 anni. I valori sono
espressi come media dei singoli rapporti dei 10 anni precedenti.

Il grafico R*B per l’Italia

Il rapporto (r* B) è dunque il tasso di pagamento del debito pubblico. Ciò che si può
notare in questo grafico è il trend negativo che si ha avuto di questo valore a partire
dal 1999, data dei trattati di Maastricht e in particolar modo dal 2002, introduzione
dell’Euro e del tasso di cambio fisso. Questo ci fa capire la consistenza reale del valore
di un Btp a 10 anni che quindi, nell’ultimo periodo, è stato tenuto a bada dai bassi tassi
di interesse della BCE e che se non fosse intervenuta sarebbe stato in realtà molto più
alto. L’Italia avrebbe dunque dovuto pagare di più.

L’UscITA

Detto questo, con una possibile uscita dall’eurozona si avrebbe certamente
un’esplosione del debito pubblico a causa della moneta debole. Si andrebbe incontro
al fenomeno meglio noto con il termine di “iperinflazione”. Da qui in avanti la sfida per
l’Italia sarebbe quella di non andare in default.
Interessante la teoria di Functional Finance di Abba Lerner, secondo cui uno Stato
libero di stampare la propria moneta può coprire il disavanzo creato dalla spesa
pubblica (usata magari per creare posti di lavoro o investimenti) stampando appunto
moneta. Ciò, per l’economista, non creerebbe inflazione dal momento che i soldi usati
per la creazione di valore sono già stati spesi. Il problema, a mio avviso, è che
comunque si tratta di una creazione di moneta dal nulla, e ciò porterebbe ad ogni
modo ad un’inflazione elevata.
La rivista Sokratis ha ipotizzato, in un suo articolo del 2013, che se uno Stato
dell’Eurozona dovesse andare in default, questo dovrebbe anche abbandonare quasi
certamente l’eurozona per tornare alla moneta nazionale per evitare il rischio
“contagio” sistemico dei mercati.

Possibile Default?

C’è chi ha sostenuto (come Luigi Zingales) il fatto che, ad esempio nel caso greco, il default e l’uscita dall’eurozona di un Paese in crisi possa essere di aiuto per la contrazione del debito pubblico e la rinascita dello Stato. Questo perché difatti annullerebbe i pagamenti
dovuti derivanti dall’emissione di obbligazioni statali. In realtà così è successo
parzialmente per la Grecia nel 2012, la quale ha trovato una sorta di accordo con i
creditori privati per uno swap dei titoli posseduti con dei titoli trentennali di nuova
emissione. Si tratta del cosiddetto default di tipo haircut parziale, ma ordinato. La
manovra ha portato qualche risultato ma sicuramente non soddisfacente. Il tasso
debito pubblico / Pil è passato da 172.1 % nel 2011 a 159.6 % nel 2012 ma per poi
subito risalire nel 2013 per mantenersi stabile. Secondo Zingales, “nel 2010, un default
parziale (o haircut in gergo) del 50% avrebbe ridotto il debito pubblico al 65% sul PIL”  (L. Zingales, Europe or not, 2016, p. 74)

Il debito greco

Anche se il default sembra una strada praticabile, ciò comporta alcune preoccupazioni,
riassumibili in tre punti:
1. Ai Paesi in default non viene emesso nessun prestito, dal momento che a
crollare sarà anche il sistema governativo e per la mancanza di garanzia statale;
2. I proprietari di buoni del tesoro, ovviamente, non riceveranno più dividendi e
anzi, coloro che ne sono in possesso ne vedranno annullare il valore;
3. Il sistema bancario crollerà, con conseguente corsa agli sportelli e un Paese in
piena Crisi.
Diciamo non proprio il migliore degli scenari per un Paese che tenta di rialzarsi da una
situazione di Crisi. Questi effetti di breve periodo non possono giustificare una
possibile ristrutturazione del debito negli anni a venire.