Il 2017 e la corsa alle criptovalute

L’impressionante rally del 2017 ha fatto letteralmente esplodere il prezzo delle principali criptovalute, con performances straordinarie per Bitcoin (+1290%), Ethereum (+8900%) e Ripple (+32.000%). Inoltre la pressione al rialzo delle big ha trascinato con sé anche monete virtuali meno conosciute, in un clima di euforia nel quale una massa di investitori più o meno consapevoli ha investito su tutto ciò che contenesse nel nome le parole “coin” o “crypto” (ricordate la bolla di internet?).

 

Una rappresentazione eclatante dell’irrazionalità di questa tendenza è costituita dal Dogecoin, una criptomoneta nata ispirandosi al diffusissimo meme “Doge” che ha raggiunto in data 7 gennaio una capitalizzazione totale di 2 miliardi di dollari. Sì, un meme.

Da meme a moneta

Il Dogecoin (DOGE) venne creato nel dicembre 2013 da Jackson Palmer, allora Project Manager per Adobe, con intenti dichiaratamente satirici. In quell’anno infatti il Bitcoin, ancora pressoché sconosciuto al grande pubblico, stava iniziando a balzare agli onori della cronaca. Palmer, con l’intento di deridere coloro che riponevano una sempre crescente fiducia nelle valute virtuali, si mise a capo di un team di volontari al fine di creare la propria: per rendere il tutto più caricaturale decise di ispirarsi allo Shiba Inu del meme “Doge”, che in quel periodo intasava le bacheche dei più conosciuti social network. Il valore iniziale della valuta ammontava a 0,0006 dollari, con una capitalizzazione totale di 3,5 milioni di dollari. Tuttavia, grazie all’interesse suscitato nella community di appassionati, il valore crebbe rapidamente nel corso dei primi mesi di vita fino a superare i 90 mln di dollari di capitalizzazione già nel febbraio 2014.

Dal “tipping” alle opere di beneficenza

Nelle fasi iniziali il principale uso che veniva fatto della criptomoneta era legato al “tipping”, un sistema che permetteva alla community di “premiare” i membri che condividevano contenuti di particolare gradimento attraverso il versamento di poche unità di valuta: con una sorta “Mi Piace”, gli utenti trasferivano somme (che consistevano, ovviamente, in pochi millesimi di dollaro) in Dogecoin dal loro DogeWallet a quello di altri. Gli “Shibas” (così sono definiti i membri della comunità) si sono distinti in particolare per meriti legati a progetti di beneficenza: nelle intenzioni di Palmer, infatti, la moneta doveva avere uno scopo prettamente caritatevole o goliardico. Il primo progetto finanziato dalla fondazione Dogecoin, in stile tipicamente internettiano, fu un finanziamento (30.000$) finalizzato a permettere l’iscrizione alle Olimpiadi invernali di Russia 2014 della nazionale giamaicana di bob. Poco tempo dopo, in un’operazione simile, furono destinati dei fondi (55.000$) al sostegno del pilota di Nascar Josh Wise, rimasto senza sponsor, il quale correrà la gara Food City 500 con un’auto totalmente tappezzata dal marchio dello Shiba.

Parallelamente ad iniziative di questo tipo, la comunità si è adoperata in progetti decisamente più importanti ed ambiziosi: con una campagna terminata il 31 marzo 2014, sono stati raccolti più di 30.000$ destinati alla costruzione di due pozzi d’acqua in Kenya, mentre è ancora in corso una campagna di raccolta di fondi da donare all’associazione Family House in California (l’obiettivo è quello di arrivare a raccogliere 1.500.000 Dogecoin).

La profezia di Palmer

Nonostante questo, nel 2015 Palmer si allontanò dal progetto poiché iniziava a percepire l’ombra della crescente pressione speculativa che di lì a poco avrebbe interessato le criptovalute. I nuovi investitori non erano interessati al progetto in sé, quanto piuttosto al conseguimento di una plusvalenza legata alla rivendita della valuta. Nel giugno 2017 la capitalizzazione di mercato di Dogecoin ammontava a 340 milioni di dollari. In un’intervista rilasciata al New York Times in quel periodo, l’ideatore della valuta parlò esplicitamente di “bolla finanziaria” riferendosi non solo alla sua creatura, ma in generale a tutte le criptomonete: secondo Palmer gli investitori stavano acquistando qualsiasi strumento fosse assimilabile, anche solo per il nome, all’universo delle monete virtuali, perdendo di vista non solo gli obiettivi per cui alcune di esse erano state create, ma anche la tecnologia sottostante (nel caso di Dogecoin l’ultimo aggiornamento del sistema risaliva addirittura a due anni prima). Eppure il mercato continuò ad impazzire per queste. Il Dogecoin raggiunse, in data 7 gennaio, il valore di 0,02$, con l’impressionante capitalizzazione totale di 2 miliardi di dollari. Non male per una moneta nata per scherzo.

Il crollo

A giudicare da quanto è successo, almeno alla luce degli eventi di queste giornate, le parole di Palmer sono state profetiche: il crollo dei valori che ha colpito le maggiori criptovalute in particolare in questa terza settimana di gennaio ha trascinato con sé anche le monete virtuali meno conosciute, determinando forti perdite in primis per gli investitori arrivati a dicembre, accecati dallo scintillio di tali assets. Nel momento in cui scrivo (forse, vista la volatilità, dovrei dire “il 17 gennaio alle ore 17:19”), la moneta dello Shiba viene scambiata a 0,0057$, a fronte di una capitalizzazione totale crollata a 642 milioni di dollari, con una perdita del 68% in 10 giorni.

A inizio anno molti esperti si erano sbilanciati, in un clima comunque permeato di ottimismo, indicando il 2018 come probabile annus horribilis per le criptomonete. Il problema è ora quello di stabilire quale sia il “valore vero” di uno strumento la cui volatilità, clamorosamente ignorata (o non compresa) dagli investitori, sembrava preannunciare il crollo almeno da inizio dicembre.

“Wow, such lost”. “Many millions”