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Filantropia, un’occhiata alle sue origini

"Homo sum: humani nihil a me alienum puto": questa una delle frasi che ha dato inizio alla filantropia. Tuttavia, i sentimenti che hanno animato i filantropi nel corso del tempo sono stati molteplici: vediamone alcuni.

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La filantropia (dal greco antico: φιλία, philía, “amore” e ἄνθρωπος, ànthrōpos, “essere umano”) è un sentimento con conseguente atteggiamento di benevolenza che porta ad attuare un comportamento finalizzato al benessere degli altri.

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Filantropia nella Grecia antica

Il passo dell’originale greco Heautontimorumenos di Menandro non contiene il verso che nell’adattamento latino di Terenzio è riportato come “Homo sum”: “humani nihil a me alienum puto”. Non è quindi possibile stabilire se questo verso si riferisca al valore autonomo romano dell’humanitas o ai principi etici tipici del teatro di Menandro espressi nel concetto di φιλλαντρωπία (filantropia), che in greco significa un sentimento di solidarietà con altri nella stessa situazione di crisi, che cercano nel sostegno reciproco un’ancora di salvezza contro la miseria morale e materiale dei tempi.

Humanitas romana

“Per Terenzio, humanitas significa soprattutto il desiderio di comprendere le ragioni dell’altro, di sentire la sua sofferenza come la sofferenza di tutti: l’uomo non è più un nemico, un avversario che può essere ingannato con mille trucchi ingegnosi, ma un altro uomo da comprendere e aiutare”

Ma per i Romani del II secolo a.C., che stavano iniziando a mettere la loro storia sulla mappa, humanitas significava anche il riconoscimento di un nuovo e complesso modo di pensare e di vivere che rifiutava la semplicità delle regole e delle istituzioni politiche, sociali e culturali del passato. Il valore dell’humanitas fu incarnato a Roma alla metà del II secolo a.C. dalla cerchia degli Scipioni, che comprendeva vari magnati romani che promuovevano i valori della cultura ellenistica. Da qui la necessità di ampliare il mondo spirituale di Roma attraverso la cultura greca e di aprirlo ai valori di altre civiltà. L’incontro dello spirito romano con la filosofia ellenistica diede vita all’humanitas, ereditata dalla filosofia stoica e consistente nella concezione dell’uomo in tutti i suoi aspetti e, di conseguenza, nell’idea di una missione morale e politica attribuita all’autorità universale romana. Si glorifica quindi la virtus romana, capace di trasformare gli uomini in esseri umani valorosi, semplici e abneganti.

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Filantropia come compassione

Come nella concezione di Menandro, il significato di filantropia attribuito alla compassione di Arthur Schopenhauer è inteso nella sua accezione originaria come sofferenza condivisa (cum-patho), cioè l’esperienza del dolore comune della sofferenza umana condivisa, per cui colui che cerca di alleviare questa sofferenza illumina anche se stesso, diventando giusto e filantropo:

«La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento morale e non ha bisogno di alcuna casistica. Chi ne è compreso non offenderà certo nessuno, non danneggerà nessuno, non farà del male a nessuno, avrà invece indulgenza con tutti, perdonerà, aiuterà, fin dove può, e tutte le sue azioni recheranno l’impronta della giustizia e della filantropia. […] io non conosco nessuna preghiera più bella di quella che conchiudeva gli antichi spettacoli teatrali dell’India (come anche in altri tempi quelli inglesi terminavano con la preghiera per il re). Dice: «Possano tutti gli esseri viventi restare liberi dal dolore!».

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Contro il potere

Secondo Nietzsche, l’etica del padrone nei suoi rapporti con i servi può talvolta essere ispirata dalla compassione e dalla filantropia, ma “l’etica del forte non è tanto la compassione e la filantropia quanto un sincero senso di misericordia, ma una conseguenza naturale del potere imperfetto che sovrasta il sottomesso e il servo”, che a loro volta giustificano la loro sottomissione sottolineando valori come l’umiltà e la rinuncia. In questo caso, la compassione non è un segno di sofferenza universale, ma una manifestazione dell’abbondante potere che esercitano e che manifestano attraverso l’uso senza principi della compassione.

Dopo tutto, la “moderazione nell’abuso, nella violenza e nello sfruttamento” può essere applicata tra pari, non tra padroni e servi. La compassione per i più deboli non ha senso perché sminuisce l’essenza dei vivi. La virtù degli aristocratici è “non avere alcuna simpatia per le classi schiaviste, maltrattate e ipocrite che bramano il dominio e lo chiamano libertà”.

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La caritas

Nella morale cristiana, la filantropia come mezzo per alleviare le sofferenze umane, ispirata dalla compassione razionale per i comuni problemi terreni, si differenzia dalla carità, che è la piena espressione dello spirito umano, attuando attraverso di essa il comandamento dell’amore dato da Gesù Cristo ai suoi discepoli: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”.

Papa Benedetto XVI ha scritto che nella società odierna, basata sull’immagine, le azioni filantropiche spesso nascondono un desiderio di interesse personale o di riconoscimento in cambio, mentre “offrendo liberamente se stesso, il cristiano testimonia che non sono i beni materiali a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore per Dio e per i fratelli”. Papa Ratzinger aggiunge che “le azioni pratiche sono insufficienti se non mostrano l’amore per l’uomo, un amore alimentato dall’incontro con Cristo”, che “si traveste” da povero e ci chiama a fare misericordia. Inoltre, aiutare i poveri, nota il Papa, è un “dovere di giustizia” che richiede “condivisione”, soprattutto nel caso di quei “Paesi dove i cristiani sono la maggioranza della popolazione”: qui “la loro responsabilità è ancora più grave a causa delle tante persone che soffrono per la povertà e l’abbandono”. Infine, il Papa ricorda che “i beni materiali hanno un valore sociale secondo il principio della loro destinazione universale”.

La filantropia moderna

La filantropia moderna trova la sua espressione teorica negli ideali illuministi sposati dalla Rivoluzione francese, in cui i diritti dell’uomo e del cittadino si basano sulla natura comune che li rende uguali e fratelli.

La filantropia illuminista è l’origine del “filantropismo”, un’innovazione pedagogica sviluppata e sperimentata da Johann Bernhard Basedow, basata sulle teorie dei Pietisti, di Locke, Comenio e Rousseau. L’esperimento fu realizzato nel 1774 con il Philantropinum, un istituto di Dessau che mirava a formare la classe dirigente con metodi di insegnamento innovativi, adottati poi dai suoi seguaci, i filantropi, in Germania e in Svizzera.

Il principio della “fraternità” è alla base della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo :

«Tous les êtres humains naissent libres et égaux en dignité et en droits. Ils sont doués de raison et de conscience et doivent agir les uns envers les autres dans un esprit de fraternité.»

«Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali per dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni nei confronti degli altri in uno spirito di fraternità.»

La filantropia si è sviluppata praticamente nell’ambito dell’umanesimo del XIX secolo, con la fondazione di ospedali per i poveri, scuole di alfabetizzazione e società di beneficenza, sorte soprattutto nei Paesi anglosassoni protagonisti della Rivoluzione industriale e governati da principi religiosi puritani.

FONTI VERIFICATE

Treccani- Filantropia

Wikipedia- Filantropia

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