Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale per sentir parlare del fiscal compact e del deficit di bilancio. Coloro che sono favorevoli al fiscal compact affermano che tenere il bilancio pubblico in pareggio sia l’unica soluzione per una crescita equa e sana mentre i contrari affermano che in una situazione di crisi sia impossibile crescere senza effettuare spese in disavanzo.

Per poter dare una risposta, senza l’arroganza di voler indicare una via, vediamo 2 diversi approcci.

Teorema di Haavelmo

Nel 1945 l’economista norvegese Trygve Haavelmo formulò un teorema (teorema di Haavelmo appunto) che potrebbe tornare utile nella situazione di vincolo di bilancio in cui ci troviamo.

Trygve Haavelmo

L’economista suggeriva di effettuare una manovra di spesa pubblica (di investimenti e non di riduzione fiscale) aumentando di pari importo la tassazione. Una simile manovra era detta appunto di bilancio in pareggio e venne proposta nel suo articolo intitolato “Multiplier effects of a balanced budget”.
Il teorema di Haavelmo è importante perché fa vedere come una politica di bilancio effettuata mantenendo il pareggio, cioè l’uguaglianza tra spese ed entrate, può avere effetti espansivi. La ragione di questo è che un aumento delle imposte riduce la domanda aggregata solo per la quota dell’imposta che le famiglie avrebbero destinato ai consumi, mentre l’aumento di spesa pubblica si traduce per intero in aumento di domanda aggregata.
Qui è necessario soffermarsi su un importante concetto, la propensione marginale al consumo, che è determinata dal rapporto tra le variazioni del consumo e le variazioni del reddito disponibile. Consente di misurare quanto variano le quantità consumate di bene/servizio al variare del reddito. La propensione marginale al consumo è caratterizzata da un andamento decrescente al reddito. A bassi livelli di reddito la propensione marginale al consumo è molto alta, poiché l’individuo deve soddisfare i bisogni di base della propria esistenza. Man mano che cresce il reddito, la propensione marginale al consumo si riduce. Al crescere del reddito l’individuo destinerà al consumo una proporzione inferiore dell’incremento di reddito, a favore del risparmio.
Ora ipotizziamo che il governo decida di effettuare una manovra espansiva per 10 miliardi.
Potrebbe scegliere alternativamente tra tagliare le imposte o aumentare la spesa pubblica per investimenti.
Nel primo caso il PIL aumenterebbe di una cifra inferiore rispetto a 10 miliardi perché non verrebbero spesi tutti ma verrebbe decurtata la parte destinata al risparmio mentre nel secondo caso il PIL aumenterebbe al minimo dello stesso importo perché sarebbe spesa interamente, provocando effetti espansivi superiori.
La manovra avrebbe un effetto espansivo superiore se il prelievo fiscale venisse effettuato ai danni di coloro che hanno un reddito più elevato (e quindi una propensione marginale al consumo inferiore, come abbiamo visto) rispetto ad un prelievo effettuato indistintamente.

 

Curva di Laffer

In aperto contrasto a questo teorema vi sono i sostenitori della Curva di Laffer.
Essa è la rappresentazione della relazione tra la pressione fiscale e le entrate fiscali dello Stato. Lo strumento venne ideato nel 1980 dall’economista statunitense, da cui prende il nome la curva.

Arthur Laffer

La curva di Laffer è una curva a campana disegnata su un diagramma cartesiano dove nell’asse delle ascisse viene posta l’aliquota di imposta media, ossia la pressione fiscale media rispetto al reddito, e sull’asse delle ordinate il gettito fiscale che lo Stato ottiene dall’imposta.
Arthur Laffer ipotizza l’esistenza di un punto limite oltre il quale l’aumento della pressione fiscale non è più conveniente poiché riduce l’ammontare complessivo delle entrate fiscali.

La logica alla base della curva di Laffer è molto semplice.
Quando il prelievo fiscale diventa eccessivo anche le stesse attività economiche di impresa diventano meno profittevoli, si riducono gli investimenti e aumenta la disoccupazione. L’eccessiva pressione fiscale può anche aumentare il fallimento delle imprese o la delocalizzazione degli impianti produttivi verso altri stati, inoltre può accentuare i fenomeni di evasione e di elusione fiscale. Le minori imprese e la maggiore disoccupazione riducono il reddito nazionale e di conseguenza anche la base imponibile su cui è applicata l’imposta fiscale. Di conseguenza, si riduce il gettito fiscale e le entrate pubbliche da parte dello Stato.