Il primo febbraio è entrato in vigore l’accordo Jefta, l’intesa di libero scambio tra Unione Europea e Giappone. Ma l’agricoltura italiana si divide sulle opportunità (o meno) create da questo accordo commerciale.

Cos’è il Jefta?

Il Jefta (Japan-Eu Free Trade Agreement) è l’accordo commerciale tra Ue e Giappone firmato il 17 luglio a Tokyo che faciliterà gli scambi commerciali tra Sol Levante ed Europa. L’accordo abbraccia diversi settori ma soprattutto quelli agroalimentare e automobilistico.
Da una parte ci sarà, infatti, la liberalizzazione del mercato automobilistico dal Giappone verso l’Europa e dall’altro quello dei prodotti agroalimentari UE verso il Paese del Sol Levante. Il trattato si propone anche di superare gli ostacoli normativi, le differenze delle norme e dei requisiti tecnici, delle procedure di approvazione dei prodotti e dei controlli, che rendono più complicato e costoso il commercio da e verso il Giappone. In questo modo l’Europa si troverà a combattere ad armi pari con i competitor che già hanno stretto accordi simili con il Governo nipponico.

Alcuni esempi

Per esempio le birre europee potranno essere esportate in Giappone come birre e non più come bibite alcoliche. Anche la tassazione sarà simile, eliminando le disparità tra una birra e l’altra.
Altro esempio. Sui formaggi verranno eliminati circa il 90% dei dazi (ciò spiega perché assolate è entusiasta).

I dati sul commercio tra Italia e Giappone

A oggi, il nostro conto dell’export da e verso il Giappone è positivo: l’Italia esporta beni per circa 6,6 miliardi di euro e ne importa per 4,2. Una voce importante riguarda proprio l’agroalimentare, con il testa carni suine, vino, carni bovine, olio d’oliva, pomodoro, pasta e aceto.

Le voci a favore

Secondo Assolatte:

“il progressivo taglio delle barriere tariffarie, in particolare per i formaggi duri, oggi assoggettati a un dazio che sfiora il 30 per cento del loro valore, aprono prospettive molto positive per i prodotti caseari italiani, già molto apprezzati dai consumatori nipponici”.

Nel 2018, precisa l’associazione di produttori, le imprese italiane hanno esportato in Giappone oltre 10mila tonnellate di formaggi, il 9% in più rispetto all’anno precedente.

La tutela del marchio

L’Italia è il primo fornitore europeo di formaggi in Giappone e il quinto al mondo. Grazie all’accordo saranno tutelate in Giappone dieci delle 44 Indicazioni geografiche italiane, oltre al Pecorino romano anche asiago, fontina, gorgonzola, Grana padano, mozzarella di bufala campana, Parmigiano reggiano, Pecorino toscano, Provolone Valpadana, taleggio.

Le voci contro

Molte associazioni tradizionalmente anti-trattati, tra cui Coldiretti, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, denunciano i rischi che comportano la riduzione di sovranità delle istituzioni nazionali, di controllo sull’import dal Giappone e di manovra delle piccole e medie imprese su uno scacchiere così ampio.
In sostanza: secondo le voci che si oppongono agli accordi, questi favorirebbero il guadagno solo di poche grandi imprese esportatrici, e spingerebbero verso un livellamento verso il basso degli standard sui metodi di produzione, sulla sicurezza  e la qualità, su distribuzione e consumo.

Sicurezza alimentare e principio di equivalenza

L’accordo spinge per istituire un comitato di regolamentazione comune composto da rappresentanti del Governo e da autorità di regolamentazione di entrambe le parti.

La cooperazione in ambito normativo resterà completamente volontaria e non pregiudicherà il diritto dell’UE e del Giappone di definire o regolamentare i propri livelli di protezione per raggiungere obiettivi di interesse pubblico”.

Il comitato non potrà modificare la normativa vigente, ma tra gli obiettivi dell’accordo UE-Giappone c’è anche quello, dichiarato, di garantire che

in futuro non si verifichino inutili divergenze normative, ad esempio facendo in modo che le autorità di regolamentazione delle due parti cooperino regolarmente, scambiando idee ed esperienze e individuando gli ambiti in cui collaborare in futuro”.