La difficile Arte della Mediazione: Economia e Politica

Tra austerità e dissipazione, tra economia e politica, tra #Grexit e #ThisIsACoup: in medio stat virtus?

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In queste settimane il dibattito sul #Grexit, ovvero sulla possibile uscita della Grecia dalla UE, è stato lungo ed estenuate. Il culmine della tensione è stato registrato con la vittoria dell’Oxi (NO) – sicuramente drammatica e, per certi versi, sconcertante – al recente referendum indetto in tempi record dall’attuale premier ellenico Alexis Tsipras. La speranza dei vincitori contro la disperazione di quanti hanno temuto il declino definitivo della propria Nazione.

A differenza di quanto abbiamo avuto modo di leggere a tal riguardo, e cercando di rimanere fedeli all’intento che ci siamo prefissi con la nascita di questa rubrica economica, nel presente articolo non parleremo di quale sia la cosa “giusta” da fare, anche perché sarà sempre e solo la storia ad erigersi ad arbitro ultimo. Piuttosto, l’esperimento che vorremmo proporre riguarda la difficile arte della mediazione tra due ambiti della vita umana così intrinsecamente legati e visceralmente contrapposti: Economia e Politica.

L’immagine di copertina dello stallo nei negoziati tra la Grecia e i suoi creditori è stata senza ombra di dubbio quella di un pensionato greco accasciato, disperato, davanti alla propria banca chiusa. Quanti, a livello umano, non hanno provato compassione nei suoi riguardi? Certe immagini mostrano qualcosa che va oltre il bene ed il male, oltre il giusto e lo sbagliato. E così, una parte del popolo greco, quella che responsabilmente si è recata alla urne per esprimere il proprio giudizio – fortemente condizionato, questo va detto, da una campagna decisamente contro la proposta ricevuta dai “barbari creditori” – ha mostrato l’orgoglio di un popolo che si fregia, giustamente, del titolo di Nazione “culla” della democrazia.

A questo punto ci sentiamo di sottoporre una domanda ai lettori: qual è il ruolo della Politica? Quale quello degli uomini che tengono così tanto ad identificarsi nella “classe dirigente”?

Spesso, in passato, abbiamo cercato punti di contatto tra economia, finanza, politica e la cellula prima della società: la famiglia. In ogni famiglia, nel rispetto dei ruoli, delle sensibilità e delle idee altrui, esiste un capofamiglia; esso può essere stato “eletto” democraticamente, ovvero “autoproclamatosi” per tradizione popolare. Dal momento della sua individuazione, il capofamiglia, assume oneri e onori del ruolo che – fino a prova contraria – sarà chiamato a svolgere nell’interesse dell’intera famiglia. In momenti tragici, esattamente come quello che stanno vivendo i nostri fratelli europei-greci (fa uno strano effetto utilizzare il termine “fratello” per una popolazione diversa dalla propria?), il capofamiglia è chiamato a fare scelte tragiche tanto quanto il momento che stanno vivendo. Cosa succederebbe se egli, dovendo decidere tra una posizione o un’altra, temporeggiasse oltremodo? Cosa succederebbe se delegasse ad “altri” l’onere della scelta circa la sopravvivenza o meno della propria famiglia?

Non stiamo parlando della legittimità di coinvolgere il proprio popolo nelle scelte che determineranno il futuro delle prossime generazioni, piuttosto stiamo mettendo in discussione la sua opportunità. Certo è un modo per non essere attaccati, nel presente, riguardo la decisione presa; tuttavia, quella che sarà la valutazione complessiva solo la storia saprà dirlo.

Come affermò il mirabile Roberto Benigni nel decantare la poesia della nostra Costituzione: “La Costituzione è stata scritta proprio per la libertà. Ma c’è un articolo sul voto, è come se dicesse: ti diamo tutte le possibilità, ma non ti tirare fuori! Anche se sbagli e voti una cosa sbagliata mi dai a me la possibilità di combatterti. Di dire guarda non sono d’accordo. E organizziamo la nostra vita. Ma se ti tiri fuori è terribile. E’ terribile. E’ come Ponzio Pilato. Vai in mano alla folla. E la folla sceglie sempre Barabba. Sempre”.

Noi, come nessun altro in questo momento, non siamo in grado di dire se la “folla” abbia scelto “Barabba” o il “Salvatore”; al contempo, ciò su cui vorremmo che ognuno si soffermasse è l’uso (abuso?) che in questi anni si sta facendo della politica. Essa, ultima e massima espressione dell’essere umano inteso come membro di una società civile, spesso viene plagiata, plasmata, modellata a proprio piacimento a favore dell’uno piuttosto che dell’altro.

Perché allora non scegliere andando nella direzione di una mediazione tra scienza politica e scienza economica? Perché non comprendere che se si assumono degli impegni, essi dovranno in futuro essere rispettati? Solo dopo il riconoscimento del debito è possibile giungere ad un’auspicabile conciliazione delle antitetiche posizioni di debitore e creditore. Solo dopo la presa d’atto dell’aver commesso un errore è possibile concedere una (giustificata) riduzione della “pena”.

Come premesso, non si tratta di individuare i buoni o i cattivi, né alcuno è nelle condizioni di dare i voti o d’impartire lezioni agli altri, piuttosto sarebbe opportuno giungere ad una maggiore definizione delle “regole del gioco” della nostra società. La cancelliera tedesca Angela Merkel, incarnazione di Belzebù per molti, fredda calcolatrice per altri, baluardo della giustizia per altri ancora, ha sintetizzato l’accordo (peggiorativo!) concluso di recente e a sostegno della permanenza della Grecia nell’Unione Europea, utilizzando queste parole: “Sul fronte del debito, attualmente al 180% del prodotto interno lordo … i creditori saranno pronti a discutere di un suo alleggerimento, con un aumento delle scadenze obbligazionarie e un taglio dei tassi d’interesse. … La‪ ristrutturazione del debito, con un taglio del suo valore nominale, è invece fuori discussione”.

Ancora una volta lasciamo al lettore la libertà di farsi una propria idea e di giungere alla conclusione che ritiene più corretta, sicuri che non vi sarà unità di punti di vista, ma con la speranza che – almeno in occasione di un semplice articolo volto alla riflessione – ognuno sia in grado di comprendere l’importanza del rispetto del punto di vista altrui.

Anche se sbagli e voti una cosa sbagliata mi dai a me la possibilità di combatterti. Di dire guarda non sono d’accordo. E organizziamo la nostra vita.” – Roberto Benigni (La più bella del mondo)

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