Nei mercati odierni, caratterizzati da imponenti volumi di transazioni, gli operatori sono costretti a fare fronte ad una volatilità sempre più difficile da prevedere e gestire, con periodi di relativa calma bruscamente interrotti da vere e proprie tempeste nei prezzi. Di norma i periodi caratterizzati da elevati livelli di volatilità (dunque più rischiosi) sono specchio di una diffusa incertezza tra gli investitori, i quali corrono ai ripari acquistando strumenti in grado di proteggere i portafogli.

Si può dunque quantificare questa incertezza? Dal 1993 il CBOE (Chicago Board Options Exchange) fornisce in tempo reale un indice in grado di “misurare” il grado di fiducia nutrita dagli operatori nei confronti della stabilità dei mercati.

L’Indice della Paura

Il CBOE Volatility Index (VIX), spesso definito “indice della paura”, è in grado di fornire una fotografia delle prospettive degli investitori sulla volatilità di breve periodo del mercato americano. Dal punto di vista matematico, l’obiettivo del VIX è quello di stimare la volatilità implicita delle opzioni sullo S&P 500 con una data di scadenza media di 30 giorni. Il principio alla base del calcolo risiede nella formula di Black e Scholes, che viene utilizzata per il pricing dei contratti di opzione e che lega il valore di questi ultimi alla volatilità (espressa in scarto quadratico medio) del loro sottostante: una maggiore volatilità determina infatti un maggiore valore dell’opzione, in quanto esprime una maggiore probabilità che a scadenza essa diventi In The Money.

Interpretazione del VIX

In particolare, una determinata variazione percentuale del VIX rappresenta il range percentuale di movimento atteso per lo S&P 500 nel corso dell’anno successivo, con un livello di confidenza pari al 68% (cioè una deviazione standard dei una distribuzione normale). A titolo esemplificativo, una variazione percentuale del 13% del VIX significa che il mercato si attende una variazione dello S&P 500 pari circa al 13% nel corso del prossimo anno. È importante ricordare che le variazioni espresse dalla volatilità sono strutturalmente prive di segno, vale a dire che la nostra variazione del 13% potrebbe essere positiva o negativa: un alto valore dell’indice non rappresenta infatti necessariamente la prospettiva di un mercato ribassista, quanto piuttosto un’aspettativa di estrema variabilità dei prezzi azionari. Quando gli operatori si aspettano marcate variazioni al rialzo del mercato, essi risultano più restii a vendere opzioni call (vista l’alta probabilità che diventino In The Money): ciò fa alzare i prezzi di queste ultime, facendo crescere il VIX. Allo stesso modo eventuali attese di forti variazioni al ribasso determinano una corsa ai contratti put che li rende più costosi, incrementando anche in questo caso il valore dell’indice. Nei periodi di relativa calma, invece, gli operatori non esprimono particolari necessità di copertura, e i prezzi delle opzioni si attestano a livelli più bassi. Il soprannome “indice della paura” risulta estremamente efficace in quanto, al manifestarsi della prospettiva di forte volatilità, gli investitori “scappano” dai mercati azionari per ripiegare su asset caratterizzati da una minore rischiosità. I valori del VIX solitamente considerati indicativi sono due: se un valore inferiore al 20 lascia presagire un periodo caratterizzato da relativa calma nei mercati, il superamento della soglia dei 30 punti è sintomo di grande incertezza per il prossimo futuro.

Comprare e vendere la volatilità

Dalla prima metà degli anni 2000 ha iniziato a svilupparsi un vero e proprio mercato di strumenti derivati aventi come sottostante proprio il VIX. Attraverso Futures, Opzioni e perfino ETF, gli operatori possono infatti “comprare” e “vendere” la volatilità dei mercati, speculando sulla base delle proprie attese su stabilità o turbolenza dei mercati, oppure ottenendo efficaci strumenti che garantiscono una migliore copertura da turbolenze inaspettate.

Il Critico ed il Tacchino

La principale critica mossa al Volatility Index è legata proprio alla metodologia di calcolo. Sebbene il VIX si proponga a prima vista come indicatore in grado di prevedere l’andamento futuro di una variabile (forward looking), esso risente di un difetto strutturale che rappresenta una forte limitazione dal punto di vista logico: la volatilità implicita nella formula del pricing delle opzioni, infatti, viene calcolata sulla base di dati storici (più precisamente come scarto quadratico medio dei rendimenti che il sottostante ha realizzato in un determinato orizzonte temporale passato). Ciò significa che per stimare quelle che sono le attese del mercato per il futuro vengono utilizzati i risultati del passato. In questi casi il rischio di fare la fine del tacchino induttivista di Bertrand Russell risulta particolarmente consistente.

Tuttavia, si sa, i mercati prediligono un incosciente pragmatismo, anche a costo di pagare cara (nel vero senso della parola) questa negligenza. Al di là di questa critica logicamente ineccepibile, infatti, l’indice sta assumendo un ruolo sempre più importante nell’ambiente finanziario, e sempre più operatori si affidano al VIX per interpretare i sentimenti del Mercato.