Il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito sono due strumenti intesi a contrastare il crescente impoverimento della società. Il primo consiste nel garantire un reddito incondizionato, universale e illimitato nel tempo a tutti i residenti. Il secondo verrebbe invece concesso solo a chi dispone di un reddito inferiore a una determinata soglia di povertà, dunque ai working poor e ai disoccupati, per un periodo temporale definito e condizionato dall’effettiva ricerca di lavoro.

Il reddito minimo è garantito sulla base dei redditi dell’intero nucleo familiare. La confusione sorge quando questi termini sono utilizzati come sinonimi.

Reddito: una parola ma più di una politica

Reddito di inclusione
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Leggendo la proposta di legge del Movimento 5 Stelle per un contributo massimo di €780 “per chi ha perso il lavoro o si trova sotto la soglia di povertà”, erroneamente descritto come un reddito di cittadinanza, quando in realtà si tratta di un reddito minimo garantito.
Le due misure – così come le diverse misure in cui si possono declinare sia l’una che l’altra (su base individuale o familiare) – si differenziano anche per l’entità dei costi; è chiaro che il reddito di cittadinanza avrebbe un costo notevolmente più elevato del reddito minimo, e che quest’ultimo costerebbe molto di più se erogato su base individuale piuttosto che familiare.

Un esempio concreto

Prendendo ad esempio l’Italia, adottare uno strumento a sostegno delle famiglie senza reddito (con un sussidio mensile pari a 780 Euro per un singolo, a 1014€ per una coppia e a 1638€ per una coppia con 2 figli minori) avrebbe un costo di circa 15,5 miliardi, pari a circa l’1% del PIL, secondo l’ISTAT; se la misura fosse estesa a tutti gli individui adulti con un reddito personale insufficiente, il costo salirebbe a 90 miliardi, pari a circa il 6% del PIL; se infine si prevedesse l’erogazione di un reddito di cittadinanza di 500 euro al mese a tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni, i costi potrebbero anche arrivare a 300 miliardi di euro l’anno, pari a quasi il 20% del PIL, secondo uno studio di Tito Boeri e Roberto Perotti.

Trova le differenze

I due strumenti, a prima vista simili, sono in realtà radicalmente diversi, e per questo al centro di un acceso dibattito in ambito politico e accademico: la differenza fondamentale del reddito di cittadinanza rispetto al reddito minimo garantito consiste nel fatto che, laddove quest’ultimo si inserisce nella logica dei sistemi di welfare oggi esistenti (generalmente finalizzati a ridurre la povertà nei periodi di disoccupazione), il reddito di cittadinanza si inserisce in un paradigma radicalmente diverso, in cui il reddito viene di fatto sganciato dal lavoro. Secondo i fautori della proposta questo avrebbe il beneficio, tra le altre cose, di favorire lo sviluppo di tutti quei “lavori” che sono svincolati dalla logica del mercato, tra cui quello degli artisti, dei genitori e dei volontari; secondo i critici, invece, il reddito di cittadinanza, oltre ad andare a beneficio di una larga fetta della popolazione che non ne ha bisogno, avrebbe l’effetto di “depotenziare” la battaglia per una più equa ripartizione dei profitti in ambito lavorativo, prefigurandosi dunque come una forma di “elemosina sociale” finalizzata a portare avanti il processo di svalutazione del lavoro in corso.

Due redditi per uno stesso principio

Entrambe le posizioni hanno le loro ragioni e i loro torti e meritano di essere approfondite. Tuttavia entrambe le misure si configurano come meri trasferimenti monetari. L’esperienza del sostegno al reddito in molti Paesi europei, a partire dalla Germania, è stata quella di aver favorito la riduzione dei salari da parte delle imprese. Se un lavoratore può accedere a un emolumento da parte dello Stato e a varie facilitazioni, è evidente che riterrà accettabili anche “lavoretti” temporanei e malpagati. Di fatto, si tratta di una socializzazione dei costi della deflazione salariale, un vero e proprio trasferimento dai contribuenti alle imprese. Keynes, ribaltando il senso comune di allora, considerava i trasferimenti monetari uno spreco:

È curioso come il buon senso, cercando di sfuggire a conclusioni assurde, sia incline a esprimere una preferenza per forme interamente “improduttive” di spesa di fondi presi a prestito invece che per forme parzialmente improduttive, le quali, non essendo interamente improduttive, sono spesso giudicate secondo principi strettamente “commerciali”. Per esempio si accetta più facilmente un sussidio di disoccupazione finanziato mediante prestiti che il finanziamento di miglioramenti a un costo inferiore al tasso corrente di interesse.

E non deve stupire del resto che tra i sostenitori di forme di reddito minimo o di cittadinanza vi siano alcuni dei più agguerriti liberisti (Milton Friedman, con la tassa sul reddito negativa o Friedrich von Hayek).

Quale reddito adottare?

Sarebbe sbagliato rifiutare in toto e a priori tali proposte perché potenzialmente liberiste. Da un lato, per quanti programmi di pieno impiego si possano immaginare, vi saranno sempre delle sacche di inoccupabili, emarginati, poveri. A costoro la società ha il dovere di dare risposte. Dall’altro, è auspicabile che i singoli abbiano la possibilità – soprattutto e durante gli anni della formazione, ma non solo – di sperimentare, rischiare, cambiare, senza doversi preoccupare della sopravvivenza immediata. Anche chi rifiuta certe estremizzazioni dei promotori “di sinistra” del reddito di cittadinanza non può non riconoscere che se ben progettate le forme di sostegno pubblico, anche attraverso trasferimenti monetari a fondo perduto, rivolte a chi vuole “mettersi in gioco”, possono rivelarsi tutt’altro che improduttive. Ma soprattutto, se ben congegnati, questi strumenti possono al contrario risultare in un maggiore potere contrattuale dei lavoratori di fronte al ricatto della disoccupazione.