Il lavoro come sappiamo è la base della civilità. Ma abbiamo un problema.

“L’Europa, la civiltà dell’Illuminismo, la patria natìa della scienza moderna, è in crisi”. Questo l’incipit del libro “The Euro, how a common currency threatens the future of Europe” di Stiglitz.

L’Italia, come Paese fondatore dell’attuale Unione Europea, gioca un ruolo essenziale nella diatriba: è importante la moneta unica per l’Italia? 

Sul piano politico condivido il pensiero di Joseph Stiglitz riguardo la figura del ruolo in generale, secondo cui “è storia anche, enunciata da politici non istruiti in economia che creano la loro realtà, di posizioni prese per un guadagno politico nel breve periodo che hanno grosse conseguenze sul lungo periodo” . 

Qui però cercheremo di  bypassare la politica e di andare al nocciolo della questione solamente dati concreti e osservabili. Discuteremo quindi dei dati passati, recenti e provando a dare una possibile visione futura.

L’Euro nasce come una possibile soluzione al trilemma di Mundell-Fleming, ripreso a sua volta da Dirk Schoenmaker. Nell’Unione non si poteva avere soltanto due fra:

  1. Tassi di cambio fissi;
  2. Perfetta mobilità del capitale;
  3. Una politica monetaria indipendente.
Fonte: The Economist

Con l’Euro si è cercata di trovare una soluzione, scegliendo i tassi di cambio fissi (la moneta unica) e la libertà di movimento del capitale, escludendo dunque la politica monetaria indipendente che viene esercitata dalla Banca Centrale Europea per tutti.

Piccola digressione sulla moneta

Fino almeno a prima della Crisi del 2007 l’Italia, come sappiamo, ne beneficiò parecchio. La Crisi ha mostrato i difetti della moneta unica, il Patto di Stabilità e Crescita non è stato sufficiente a contenere i danni creati dall’aumento del disavanzo e la sorveglianza fiscale non funzionò molto. Per salvare un sistema bancario quasi al collasso l’Italia ha dovuto versare tantissimo nelle casse delle medesime. Così facendo il debito pubblico è stato portato a livelli spaventosi.

Introduzione della moneta unica

Con l’introduzione della moneta unica, come vedremo, la situazione sembra essersi calmata, grazie anche all’introduzione di una sorveglianza più stretta (“fiscal compact”) e all’introduzione ad esempio dell’ESM. I problemi però erano solo rimandati. Secondo Stiglitz, “i mercati, sempre indirizzati al pessimismo e ad una esuberanza irrazionale, erroneamente e irrazionalmente hanno presupposto che l’eliminazione del rischio di cambio […] significò l’eliminazione del rischio sovrano, il rischio cioè che uno stato non riesca a pagare ciò che deve”

Con la creazione dell’euro nel 1999 la moneta fluiva dal centro verso la periferia e i tassi di interesse scesero.

Il problema del lavoro

Come sappiamo il costo del lavoro è abbastanza in linea con la media europea.

Il reale problema, secondo anche Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, è il costo di “lavoro-produttività”, cioè il costo di ogni lavoratore per unità di prodotto. Nel grafico sottostante possiamo vedere che la linea di tendenza è molto più in salita che per la Germania.

Fonte: Eurostat

E’ dunque opinione comune di Draghi, presidente della BCE e di Boccia che bisogno aumentare i salari, visto anche che “I salari italiani a febbraio (2017, n.d.r.) hanno registrato la crescita più bassa da 35 anni segnando una riapertura della forbice con l’andamento dei prezzi dopo anni di tenuta del potere d’acquisto favorita dalla bassa inflazione” , ma che deve essere accompagnato dall’aumento della produttività.

Il problema dunque non è da riscontrarsi nell’adozione della moneta unica ma nello scarso livello di produttività della nostra Nazione.

La competitività italiana

Nei due grafici possiamo vedere a confronto Germania e Italia nel rapporto del World Economic Forum per il 2017 per quanto riguarda l’indice di competitività dei rispettivi Paesi. La Germania attualmente si trova al quinto posto mentre l’Italia al 44esimo. Secondo il report, i problemi principali per l’Italia sono l’alto valore delle tasse, l’inefficienza burocratica e l’accesso alla finanza (mutui, finanziamenti, etc.).

Fonte: WEF
Fonte: WEF

Lo storico dei grafici riguardanti la classifica globale ci fa vedere che dal 2008 al 2017 la situazione non è cambiata di molto.
Pesa anche per l’Italia il basso livello di alta formazione: fra i Paese dell’Unione siamo penultimi, con il 26% della popolazione fra i 30 e i 34 anni laureata, peggio di noi solo la Romania con il 25.6%.

Elaborazione personale da dati del WEF

Possibili soluzioni

Secondo Gioacchino Garofoli, autore del libro “Economia e politica Economica in Italia dal 1945 ad oggi” e professore presso l’Università dell’Insubria, ci possono essere delle soluzioni al problema della produttività e del lavoro:

  • Eliminazione degli oneri impropri che pesano sull’occupazione e sulle imprese. Secondo Garofoli l’IRAP, ad esempio è una “tassa inappropriata e incoerente per la struttura economica italiana fondata sulle PMI e su un livello rilevante di occupazione manifatturiera, oltre che fortemente orientata ai mercati internazionali;

 

  • Sostegno ai redditi dei gruppi meno agiati e dei lavoratori espulsi dal mondo del lavoro. Un’idea potrebbe essere quella di una copertura di una parte del salario da parte del welfare nazionale. nel frattempo i lavoratori rafforzeranno le proprie competenze professionali. Ciò incentiverebbe le aziende al contratto a tempo indeterminato, dato che “le assunzioni a tempo determinato non hanno consentito alle imprese e al sistema produttivo italiano di investire sull’apprendimento dei giovani e che hanno, viceversa, incentivato al comportamento opportunistico e orientato al breve periodo”.

 

  • Ricerca di nuovi mercati di sbocco, a livello locale/regionale la presenza di progetti internazionali potrebbe dare vita a realtà imprenditoriali sempre più indirizzate verso l’internazionalizzazione;

 

  • Favorire l’introduzione di nuova imprenditoria. Dare dunque spazio a nuovi tipi di imprenditori, come attività indirizzate alla promozione e vendita di prodotti del territorio a “km zero” e servizi.